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Fare una call è più sostenibile di un viaggio aereo?

  • Mersia Carboni

Business tourism e smartworking a confronto

 

Quanto inquinano i viaggi aerei?

L'aviazione, nel suo complesso, contribuisce al 2-2,4% di emissioni di CO2 secondo la IATA (International Air Transport Association), ma il numero di passeggeri sembra destinato a raddoppiare e toccare gli 8,2 miliardi l'anno nel 2037. 

Un viaggio in economy da Roma a New York, ad esempio, pesa su ognuno dei passeggeri con circa 375 kg di CO2 (750 kg per andata e ritorno) e a questo elemento vanno anche aggiunti altri gas serra emessi direttamente in atmosfera. Per i posti in "business class" e "prima" bisogna aumentare questi valori rispettivamente di 3 e 4 volte, vista l'area occupata dal singolo individuo. 

A livello globale circa il 2% delle emissioni di gas serra sono imputabili all’aviazione, il 3% delle emissioni di gas serra in Europa arriva da questo settore. Le statistiche compilate dall’Atag (Air Transport Action Group), un’associazione per lo sviluppo dell’aviazione sostenibile, aiutano a fotografare meglio il quadro globale (anche se si riferiscono al 2017). Il trasporto aereo è responsabile per il 12% di emissioni di CO2 di tutte le forme di trasporto (il 74% arriva da quello su strada). Circa l’80% di queste emissioni sono imputabili al trasporto su lungo raggio, ovvero per tratte superiori ai 1500 km, per cui “non esistono alternative pratiche a tutt’oggi”, si legge sul sito dell’Atag. E ancora: a contribuire di più alle emissioni nel settore di trasporti sono state le regioni americane e, soprattutto negli ultimi anni, quelle asiatiche, riportano le statistiche dell’International Energy Agency (Iea). 

Gli aerei sono il mezzo di trasporto più inquinante. Volare produce 285 grammi di CO2 per ogni passeggero (una media di 88 persone a volo) per ogni chilometro percorso. Un’auto ne produce 42 per passeggero per chilometro. 

L’alternativa? Le videoconferenze

L’inquinamento è un problema e il digitale, l’approccio paper-less (nessuna stampa inutile, nessun documento superfluo a consumare inchiostro) e il mondo energetico “alternativo” sembravano le risposte giuste. 

Nonostante una parte di energia derivi da fonti rinnovabili, ben oltre il 70%  dell’energia per accendere Internet  deriva da combustibili inquinanti. Luca Iacoboni, responsabile della campagna Clima e Energia di Greenpeace Italia afferma che “se Internet fosse una nazione, sarebbe la sesta al mondo come consumatore di energia!”. Ogni byte necessita di energia: dalla visualizzazione del video, alla ricerca su Google, per garantire la sicurezza e la stabilità dei bitcoin, la criptovaluta sempre più in voga non solo tra gli hacker, è necessario un consumo di energia paragonabile a quella consumata dall’Irlanda in un anno, escluse le transazioni. 

Dai calcoli di tre ingegneri dell’Università di Dalian, in Cina, emerge che nel 2014 il consumo di energia dei grandi data center che conservano e processano i segni prodotti in Rete dal genere umano era di 26 gigawatt (un gigawatt è pari a un miliardo di watt), un impatto che corrispondeva in quell’anno a circa l’1,4% del consumo elettrico di tutto il mondo. Allora il tasso di aumento era del 12% all’anno: circa il triplo del tasso di crescita dell’economia mondiale, una velocità tale da raddoppiare in sei anni e triplicare in nove il fabbisogno di energia e le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. 

È molto probabile dunque che questo settore dell’economia mondiale sia oggi responsabile per circa il 2% delle emissioni nociveI dati sono allarmanti specie alla luce dei lockdown. Una videoconferenza, ovvero una pratica lavorativa che durante la pandemia è cresciuta esponenzialmente, può emettere in un’ora tra i 150 e i 1000 grammi di anidride carbonicaPer quanto sia invisibile ai nostri occhi (a differenza della plastica e degli scarichi delle automobili), il mondo di internet e del digitale nel suo complesso sta diventando una voce sempre più rilevante in termini di emissioni di CO2. Come segnala un recente studio della ONG Shift Project, le nostre attività su smartphone e su computer oggi inquinano più dell’intera industria aeronautica.

Secondo Alex Wissner-Gross, fisico dell’Università di Harvard, ogni ricerca sul Web sarebbe responsabile dell’immissione nell’atmosfera di 7 grammi di CO2, la metà di quelli generati dalla preparazione di una tazza di tè, ai quali si sommerebbero altri 0,02 grammi per ogni secondo di navigazione su Internet. Spedire una email? Costerebbe invece 4 grammi. 

Greenpeace prevedeva che nel 2020 Internet avrebbe consumato più energia di Francia, Germania, Canada e Brasile insieme. A finire sotto accusa sono i grandi operatori come Facebook e Google, responsabili, secondo gli ecologisti, della costruzione di grandi centri di elaborazione dati che consumano moltissima energia elettrica. Anche i servizi come il Cloud hanno un impatto ecologico non indifferente. Secondo un rapporto di Greenpeace, imprese come Apple, Microsoft e Amazon utilizzano enormi quantità di energia, spesso da fonti inquinanti, per offrire i loro servizi Cloud.

 

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